giovedì 5 dicembre 2013

Psicologia del consiglio




http://d.repubblica.it/famiglia/2013/11/29/news/le_10_cose_da_non_dire_alla_maestra-1910252/

Il link riportato sopra rimanda ad un articolo comparso di recente su D, il settimanale di Repubblica, dal titolo -eloquente- "Le dieci cose da non dire alla maestra di tuo figlio". L'articolo ci offre la possibilità di condividere con voi qualche considerazione sul consiglio, o meglio, sul rapporto, a nostro parere a volte tanto stretto quanto problematico, tra la psicologia e il dare consigli.
L'articolo ci pone di fronte alla classica situazione dell'esperto psicologo che, chiamato in causa, declina il proprio decalogo, nel caso specifico al fine di promuovere una relazione di fiducia tra genitori ed insegnanti; decalogo peraltro curiosamente rivolto ad una sola delle due parti, i genitori.
L'idea di fondo, sembrerebbe essere quella di migliorare la relazione, sulla base di una logica pedagogico-educativa che tratta la comunicazione stessa nei termini di un oggetto-contenuto da trasmettere attraverso una sorta di addestramento.
Vi proponiamo di provare a leggere l'articolo, soffermandovi sulle impressioni che vi produce. Noi lo abbiamo fatto, e esaminando anche i commenti dei lettori, riportati alla fine, quello che pare emergere è, nel migliore dei casi, una sensazione di ovvietà.
Tale sensazione, più che configurarsi come qualcosa di specificatamente connesso a questo decalogo, riguarda i consigli in generale.  
Cos'è, in fondo, un buon consiglio, se non qualcosa di ragionevolmente ovvio; qualcosa che affonda nel buon senso comune? Saggio quanto vogliamo, ma certamente portatore di contenuti non ascrivibili ad un'area specialistica.
Un'altra caratteristica del consiglio, è quella di situarsi su di un livello prescrittivo-normativo, per definizione acontestuale, efficacemente rappresentato dalla presenza del dovrebbe: il piano del "come dovrebbero andare le cose", rigorosamente confinato nell'area della razionalità.
Che spazio occupano, entro questo scenario, le emozioni; emozioni che, evidentemente, non parlano la lingua del dover essere?
Torniamo all'articolo di D, e consideriamo, ad esempio, questa parte del testo:

Per evitare di incrinare il rapporto con la maestra, ecco le frasi che è meglio non dirle, suggerite da Suppa.
1. Sono in ansia quando lo lascio a scuola
Questo fa intendere che non hai fiducia in lei, che non le stai affidando il bambino fino in fondo. La maestra potrebbe interpretare una frase come questa in modo molto svilente. Se la madre si mostra eccessivamente ansiosa, il bambino potrebbe assorbire questo stato d'animo, sentirsi fuori luogo a scuola ed avere difficoltà a fidarsi a sua volta della maestra. E ciò potrebbe renderle il lavoro di molto difficoltoso.
2. Mio figlio non viene volentieri
È un'affermazione che sottintende una responsabilità dell'insegnante, perché sembra voler dire "è colpa tua". Questa frase potrebbe essere sostituita da "secondo lei mio figlio si trova bene, o ha qualche difficoltà?" per lasciare aperta la possibilità di confronto. 


Il decalogo proposto si fonda sull'idea -implicita- che una relazione di fiducia con l'altro possa prodursi affidandosi a delle strategie in grado di garantire una comunicazione adeguata, in quanto sostanzialmente innocua. Politically correct, verrebbe da dire! 
Ci appare infatti importante sottolineare come, nel contesto che stiamo esaminando, l'idea di adeguatezza/efficacia della comunicazione sembrerebbe avere più a che fare con l'obiettivo di non per-turbare l'altro, finendo magari per innescare situazioni conflittuali, che con la possibilità di realizzare un incontro, uno scambio.
Potremmo definire la logica che sostiene questo decalogo, una logica sostitutiva, organizzata attorno all'idea di sostituire l'emozione che si prova con qualcosa di più adeguato ed innocuo, ogni qual volta ci si confronti con qualche dato emozionale problematico
Che fine fa, allora, quel contenuto scomodo, ma indubbiamente più autentico, che si prova? Sembrerebbe semplicemente accantonato, forse dentro la fantasia che possa magicamente dissolversi, perchè fuori dalla vista, come polvere sotto al tappeto. Tale logica appare problematica principalmente perchè esclude dal campo proprio quel livello emozionale che, di fatto, organizza e costruisce le premesse su cui una relazione (e quindi anche la comunicazione) si fonda. 
C'è quindi tutto un materiale che resta inaccessibile e inutilizzabile, dentro una concettualizzazione della comunicazione nei termini di pratica confinata al piano intenzionale (razionale); qualcosa, in altri termini, da prendere alla lettera... come se, verrebbe da dire, non esistesse l'inconscio! Come se la fiducia potesse prodursi, all'interno di un rapporto, a prescindere dalle emozioni, dalle fantasie e dai pensieri che esso evoca nei suoi contraenti, semplicemente dicendo le "frasi giuste". 
Ragionare sul consiglio ci ha portati a riflettere su di una specifica rappresentazione della comunicazione (presente in ambito psicologico e non solo), a nostro avviso strettamente connessa alla pratica del dare consigli e ben rappresentata dall'articolo dal quale abbiamo preso spunto. 
Si potrebbe obiettare che il contesto di un giornale non è, evidentemente, il contesto di una psicoterapia, e che quindi il registro del consigliare si configuri come l'unico utilizzabile in questa situazione. 
Dal nostro punto di vista, tuttavia, sono i modelli che si possiedono a produrre visioni, posizionamenti, trasversali ai diversi contesti, e non il contrario. 
La psicologia che abbiamo in mente, è una disciplina che tenta di non rispondere alla domande che le vengono poste, ma, piuttosto, di aiutare le persone, i gruppi, i contesti che le si rivolgono a produrre creativamente le proprie risposte. 
E' una disciplina che cerca di produrre aperture, traiettorie, dando vita ad uno spazio -reale e simbolico al contempo- entro cui realizzare un'esplorazione, dentro un'esperienza d'incontro e scambio con l'altro. Esperienza perturbante per definizione, che la funzione psicologica si propone, da un lato di rendere possibile, dall'altro di sostenere e contenere mediante la messa a disposizione di uno spazio protetto, entro cui ciò che si racconta -e si vive- possa essere pensato ed elaborato.

lunedì 14 ottobre 2013

Quanto dura una psicoterapia?

Edward  Hopper
Rooms by the sea
( Stanze sul mare )
1952
 
Quanto dura una psicoterapia è senza dubbio uno degli interrogativi che ci vengono maggiormente rivolti: ci è parsa, quindi, una questione interessante da provare a trattare anche qui sul blog.
Iniziamo col dire che, dal nostro punto di vista, non è realisticamente possibile stabilire a priori la durata di un percorso psicoterapeutico; questo, tuttavia, non significa pensare alla psicoterapia nei termini di un'esperienza infinita. Anzi.
La conclusione del lavoro si configura come un orizzonte sin da subito riconosciuto e dichiarato; orizzonte che magari si situa per un certo periodo sullo sfondo, ma che resta comunque a segnalare la presenza e l'irrinunciabile necessità di un limite, necessario a scongiurare la fantasia di una relazione fine a se stessa, senza con-fini, appunto.
L'impossibilità di delimitare a priori un tempo è qualcosa che può spaventare -ci rendiamo conto- evocando il fantasma della dipendenza, ma l'accettazione di questa premessa, si pone come passaggio irrinunciabile per implicarsi ed avviare il percorso terapeutico. 
La relazione terapeutica è, prima di tutto, una relazione; una relazione caratterizzata da confini ed obiettivi specifici, ma comunque una relazione e, come tale, pone i suoi contraenti di fronte alla questione della dipendenza. Non è certamente un caso il fatto che la parola dipendenza tenda ad assumere nella nostra lingua una valenza negativa, tossica -in senso lato oltre che letterale- piuttosto che limitarsi a segnalare neutralmente lo stabilimento di un legame...come se potessero esistere relazioni non dipendenti; come se la costruzione di un rapporto con l'altro potesse realizzarsi a prescindere dall'emergere di vissuti di attacamento, desiderio della sua presenza e inevitabile paura di perderlo.
Di qui la necessità, molto evidente sul piano linguistico, di differenziare forme di dipendenza sana, dalle forme tossiche, tracciando un confine decisamente meno netto e nitido di quanto ci si sarebbe aspettati. E si avrebbe desiderato.
Ma torniamo alla relazione terapeutica. Una delle sue specificità, appare connessa proprio al fatto di porsi come relazione a termine, tesa al raggiungimento di obiettivi che, tuttavia, appare impossibile definire dettagliatamente ab initio. Proviamo a spiegarci più nel dettaglio: un lavoro psicoterapeutico si avvia sempre a partire da una domanda di cambiamento, connessa a fantasie di cura, trasformazione, recupero, integrazione o magari eliminazione di parti di sé, e l'elenco potrebbe continuare, ma il significato, il senso emozionale di queste parole è qualcosa di visceralmente connesso alla storia di ciascuno e all'unicità dell'incontro tra terapeuta e paziente. Qualcosa che si sottrae, per sua stessa natura, a qualsiasi tentativo di categorizzazione o generalizzazione. La domanda che il paziente porta in terapia, la sua richiesta, più o meno chiara ed esplicitata, rappresenta solo un punto di partenza, un pretesto da cui muovere per provare ad avvicinare e contattare un piano del desiderio, assai meno immediato, in quanto non intenzionale. Inconscio. Di qui, l'impossibilità e sopratutto l'inopportunità, entro la nostra cornice teorico metodologica di riferimento, di prendere alla lettera la domanda dell'altro e definire in partenza obiettivi ed intenti specifici del lavoro clinico che ci si appresta a fare insieme.
Il cambiamento, che all'inizio del post abbiamo associato all'immagine dell'orizzonte, è qualcosa che si situa tra la costruzione e la scoperta, perchè se da un lato si configura come l'esito di un lavoro fatto assieme al paziente, dall'altro implica l'attraversamento di un'esperienza di estraneità, assimilabile all'esplorazione di una terra sconosciuta. Esplorazione che non è possibile nè utile dirigere, focalizzare, quanto piuttosto sostenere, promuovere, accompagnare. 
Quanto dura, quindi, una psicoterapia? Quando e come si conclude?
Ogni relazione terapeutica costruisce la sua fine, evento che pone terapeuta e paziente davanti ad una delle esperienze più complesse e difficili del percorso e dell'esistenza umana: quella del separarsi
E' qui che il cerchio si chiude, restituendo il senso profondo, pieno, di un'esperienza di dipendenza tesa a realizzare e promuovere l'autonomia del paziente, oramai provvisto di quegli strumenti che gli consentono di proseguire l'esplorazione da solo.
La fine della terapia, infatti, non implica tanto l'esaurimento delle questioni da trattare, o magari la "soluzione del problema", quanto piuttosto l'emergere di un insieme di pensieri e vissuti che restituiscono una sensazione di conclusione, una consapevolezza non resocontabile, perchè non generalizzabile.
E' qui che anche noi ci fermiamo, riconoscendo un limite oltre il quale il racconto non può spingersi; un limite connesso ad un piano dell'esperienza conoscibile solo se vissuto ed attraversato.

sabato 14 settembre 2013

Man-tenersi

"Bello però, il verbo che va insieme alla promessa: mantenere. 
Man tenere, che è un tenere per mano."

 ( Erri De Luca)

lunedì 2 settembre 2013

Il labirinto come metafora esistenziale


LABIRINTO
Wislawa Szymborska (Bnin, Polonia, 1923 – Cracovia, Polonia, 2012)

- e ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia
dove convergono
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.
Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non lasciarsi sfuggire.
Quindi di qui o di qua
magri per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraverso infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo
da luogo a luogo,
fino a molti ancora aperti,
dove c’è buio ed incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia,
e d’improvviso un dirupo
un dirupo, ma un ponticello
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma c’è solo quello,
perché un altro non c’è.
Deve pur esserci un’ uscita,
è più che certo.
Ma tu non la cerchi,
è lei che ti cerca,
e lei fin dall’ inizio
che ti insegue
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua
fuga, fuga –

 Questa poesia della Szymborska ci pare un prezioso pretesto per provare ad evocare (anzichè spiegare, descrivere) quei vissuti di smarrimento, impotenza, che ciascuno di noi avverte, in alcuni momenti della propria vita, riconducibili alla sensazione di muoversi -più o meno alla cieca- alla ricerca di una via d'uscita che pare sottrarsi di continuo alla vista.
Pensiamo, più che a luoghi reali, a situazioni, comportamenti, eventi, che paiono ripresentarsi nostro malgrado, dando vita ad una ripetizione senza fine. Ecco che il labirinto si trasforma in un circolo vizioso. Forse, allora, l'uscita non esiste? E' solo un'illusione?
La poesia, che nel suo lungo e tortuoso procedere sembra riprodurre, anche sul piano strutturale, il "senso del labirinto", si chiude conducendoci davanti al nostro stesso autoinganno: non siamo noi a cercare l'uscita, semmai è lei a trovarci. Il nostro è piuttosto un affannoso ed instancabile tentativo di restare impigliati dentro la tela labirintica, eludendo la possibilità di fuoriuscire.
Perchè c'è qualcosa di rassicurante nella ripetizione; perchè la sofferenza può finire per divenire un rifugio drammaticamente sicuro; perchè mettere in crisi un assetto significa restare momentaneamente senza rete. Rischiare. Perchè accanto al desiderio di quel cambiamento che crediamo fermamente di volere e perseguire, abitano zone d'ombra -nostre stesse parti- che fatichiamo a riconoscere e ad interrogare.
La psicoterapia può divenire quello spazio entro cui pensare il proprio procedere entro il labirinto, osservandolo -e osservandosi- da una posizione inedita e per certi versi paradossale: interna ed esterna al contempo, così come accade quando il pensiero (che per definizione ha bisogno di produrre una distanza) si connette all'emozione (espressione di un coinvolgimento, di un' implicazione che ci fa stare dentro).
Attraverso la psicoterapia possiamo gradualmente ri-conoscerci, attraversare i nostri autoinganni, trasformando la "fuga" in un "andare verso".















martedì 5 marzo 2013

Psicologi -e psicologia- usa e getta


Assistiamo, negli ultimi tempi, al moltiplicarsi di iniziative e progetti finalizzati a offrire "consulenze psicologiche" all'interno di spazi variamente denominati (sportello amico, centro di ascolto, ecc.).
Il denominatore comune che attraversa tali iniziative è la gratuità del servizio erogato, il suo sistuarsi entro contesti "inediti" per la psicologia -ad esempio centri commerciali e farmacie- e, generalmente, l'assenza di condizioni e criteri organizzativi per accedere alla consulenza. 
L'intento sembrerebbe essere quello di "abbattere" tutte quelle barriere che, a vari livelli, si frappongono tra il bisogno dell'utenza, e l'incontro con lo psicologo, favorendo così una facilitazione dell'accesso alla consulenza, nonchè, di conseguenza, una promozione della psicologia stessa all'interno del territorio. 

Ma quanto, tuttavia, questa semplificazione finisce per evocare problematicamente una banalizzazione, se non addirittura uno snaturamento di tutte quelle pratiche d'intervento che, a vari livelli, rientrano nell'ambito psicologico clinico?  
Per dirla in altri termini, che tipo di rappresentazione della psicologia e della relazione terapeutica (a nostro avviso anche una consulenza psicologica, un unico colloquio, "costruiscono" una relazione terapeutica) tende ad essere evocata e veicolata da questo tipo di proposte? 

Pensiamo a questa relazione terapeutica, e alla proposta che veicola, nei termini di un esperimento a costo zero, non tanto e soltanto perchè gratuita in senso letterale, ma sopratutto alla luce del suo intento di far fuori tutti quegli elementi organizzativi:
 - prendere un appuntamento;
- delimitare espressamente una cornice temporale;
- avere a disposizione lo spazio fisico di uno studio;
- prendere sul serio la possibilità di parlare con uno psicologo, non così al volo, ma come momento delicato in cui si riconosce di avere veramente un problema o comunque una domanda.
Elementi, questi, che costruiscono quella dimensione di setting che, di fatto, qualifica l'intervento psicologico clinico, ponendo quei limiti/confini che permettono di differenziare questo tipo di relazione da altre forme d'aiuto. 

La dimensione del "costo zero" si associa, a nostro avviso, a quella del disimpegno, elemento, quest'ultimo, che ci ha spinto, non senza un pizzico di provocazione, ad evocare nel titolo una psicologia usa e getta. Disimpegno del cliente, che tenderà ad utilizzare questo spazio -poco cercato, non intenzionalmente raggiuto, ma più che altro incontrato quasi per caso- nei termini dell'ennesimo contenitore dove riversare il proprio sfogo, o magari trovare qualche soluzione, possibilmente rapida e indolore, e, più in generale, disimpegno della relazione stessa.

 Riteniamo assolutamente prezioso e vitale che la psicologia clinica si interroghi e metta in discussione i propri modelli d'intervento anche alla luce dei cambiamenti socio culturali in corso, non arroccandosi difensivamente su posizioni conservative, purchè questo non esiti in un tradimento della sua stessa identità.
Pensiamo che tali cambiamenti vadano riconosciuti e interrogati, piuttosto che scontatamente assecondati.
In questi tempi drammaticamente attraversati dalla precarietà -esistenziale e non "solo" lavorativa-  anche la psicologia clinica è chiamata a ripensare la propria proposta terapeutica. 
Proposta che, secondo noi, forse ancora più di prima, dovrebbe tentare di promuovere relazioni impegnate. Rapporti che tentino di costruire stabilità, premessa indispensabile per realizzare uno sviluppo.




mercoledì 6 febbraio 2013

Il paziente in psicoterapia


Negli ultimi anni si è parlato dell’utente che si rivolge allo psicologo definendolo un cliente in alternativa al paziente. Tale sottigliezza è nata per differenziare l’utente che si rivolge allo psicologo da quello che si rivolge al medico, o che comunque è allettato in ospedale. Dare del cliente all’utente che si rivolge allo psicologo è stato, ed è ancora adesso, il tentativo di promuovere in lui una motivazione che lo spinga a delegare meno allo psicologo, per ritrovare invece maggiormente risorse in se stesso. Nell’immaginario collettivo, erroneamente, il paziente viene visto come qualcuno che si affida completamente alle cure dell’altro, quasi che l’altro avesse un potere salvifico, quindi capace di sapere che cosa è giusto per noi.   
Poiché invece la psicologia vuole proporre uno spazio di riflessione in cui proprio l’utenza possa interrogarsi su che cosa possa essere giusto per se stessa, l’espressione paziente diviene inadeguata.

Tuttavia, sia il paziente del medico che quello dello psicologo hanno qualcosa in comune che forse sarebbe difficile attribuire ad un cliente. Il paziente è qualcuno che sta soffrendo, che è preoccupato, che è spaventato, solo per dire alcune delle esperienze emozionali che lo possono riguardare quando indossa questi abiti. Un cliente è preso da altre emozioni che sembra difficile accomunare a quelle del paziente. E’ chiaro, d'altro canto, che il pagare, quindi il comprare un servizio, renda qualsiasi paziente sempre un cliente.

Proviamo quindi a restare sulla dimensione del paziente, inteso come colui che è preso dentro un ventaglio di emozioni che in linea generale possiamo definire “sgradevoli”, evitando difensivamente di renderlo qualcosa d’altro, magari, appunto, un cliente più gestibile.
Il paziente è qualcuno -ce lo indica anche l’etimo della parola- che sta sopportando, che soffre. 
La "persona paziente" è sempre vista come qualcuno che tollera: "tu sì che ne hai di pazienza!" dice l’amico al genitore, ormai provato dai capricci del figlioletto. 
L’essere paziente, per ritornare al tema più vicino a noi, che è quello della psicoterapia, implica il dover sviluppare una forma di tolleranza nei confronti della frustrazione, emozione quest’ultima generata da un sentimento di impotenza.  

Alla frustrazione tutti noi reagiamo sempre con un colpo di reni, fisiologicamente, per potercene liberare prima possibile. Tuttavia la terapia psicologica vuole aiutare proprio a tollerare, gestire, le forme della frustrazione, nell’ipotesi che essa si manifesti ogni volta che ci si confronta con l'impossibilità di accedere al soddisfacimento immediato dei propri bisogni e desideri.
Pensiamo, giusto per fare alcuni esempi, a certe fantasie di guarigione/cambiamento immediato, coerenti con la logica del tutto e subito, piuttosto che all'esperienza stessa dell'apprendimento.
Imparare qualcosa di nuovo è frustrante per definizione, perchè ci confronta con qualcosa che non si conosce, che non si padroneggia.

Conoscere i propri meccanismi mentali, quegli automatismi dai quali derivano le nostre sofferenze entro i contesti che viviamo, è un’esperienza d’apprendimento, la quale diviene più frustrante nel momento in cui si tenta di costruire modalità di funzionamento inedite.
 Per questo diffidiamo di quei percorsi terapeutici lampo, in quanto, secondo noi, eludono la frustrazione quale esperienza connaturata a qualsiasi forma di apprendimento; esperienza che se da un lato ci fa soffrire, dall’altro ci dà anche la garanzia che stiamo realmente lavorando per cambiare.
E non può esserci cambiamento senza frustrazione.
   

venerdì 25 gennaio 2013

La psicoterapia come esperienza d'apprendimento


 
Molto spesso i pazienti che richiedono un intervento da parte dello psicologo immaginano e sperano -non a torto- che la loro problematica possa trovare una soluzione, come se si trattasse di guarire da una forma di malattia. Il male, il dolore, la sofferenza che si prova, troverebbero la loro fine una volta che si sia guariti.

Purtroppo la relazione terapeutica con lo psicologo non è in grado di produrre questo esito, poiché ciò di cui si occupa la psicologia non ha che fare con la cura ma con lo sviluppo, quindi insieme con lo psicologo più che guarire è possibile sviluppare nuove competenze.
Cosa può significare, questo,  ad esempio per un giovane padre, che indossa per la prima volta questi abiti? O per un ragazzo che non trova la spinta a fuoriuscire dalla propria famiglia d’origine? O, ancora, per una donna che, non trovando altra aspirazione che sacrificarsi per i suoi familiari, si scopre ad un certo punto svuotata?
Si capisce, con questi pochi esempi, che da queste situazioni non si può guarire; tantomeno si potrà immaginare quindi una cura! Contemporaneamente, è bene sottolinearlo, non esistono manuali grazie ai quali, con un po’ di pratica, ci si possa addestrare come se si stesse imparando a portare l’automobile. E volendo, anche nel caso dell’automobile (apprendimento che si fa una volta per tutte), averla guidata nel piccolo paese per vent’anni non rende certo competenti al traffico di una grande città, a cui ci si affaccia per la prima volta.

La relazione terapeutica come esperienza d’apprendimento è uno spazio all’interno del quale si tentano esperimenti di nuove forme di guida (per restare nella metafora della guida dell’automobile) alternative rispetto allo stile al quale si era abituati sino a quel momento. Nessuno imparerebbe a guidare nel traffico di Roma, con le sue regole implicite, grazie soltanto all’ausilio del libro di scuola guida o alla spiegazione offerta da qualcuno. Per cui imparare a guidare di nuovo, significa apprendere nuove competenze rispetto al contesto urbano e di traffico col quale si è confrontati adesso.  Vuole essere questa una metafora che aiuti maggiormente a visualizzare cosa, tutto ciò,  possa significare per la vita di ciascuno di noi. 

Domandarsi con quale "nuova" situazione contestuale ci stiamo confrontando, quale sia, quindi, il cambiamento in corso, quali modalità abbiamo messo in campo fino a questo momento, diventano i primi passi utili a comprendere il nuovo apprendimento che ci è richiesto. Apprendimento formativo grazie al quale continuiamo a svilupparci e attraverso cui impariamo a costruire nuovi strumenti per stare al mondo.
Purtroppo apprendere è faticoso e richiede tempo poiché ci obbliga a rinunciare in parte a quella comodità che ci eravamo costruiti fino a quel momento; tuttavia è l’unica strada a nostra disposizione per fuoriuscire dalla sofferenza mortificante generata dal “vecchio” che tenta di resistere all’estraneità che non comprendiamo ancora.       

giovedì 15 dicembre 2011

Indirizzo e-mail e brochure dello Studio Psicologico Psicoterapeutico: come conoscerci e contattarci

Per informazioni, quesiti, curiosità, potete contattarci, oltre che telefonicamente, attraverso l'indirizzo di posta elettronica  psicologia.garbatella@hotmail.it.  
Lo spazio "virtuale" dello scambio via e-mail pur non potendo (nè volendo!), evidentemente, sostituire lo spazio dell' incontro "reale", intende fornire una prima possibilità di contatto e conoscenza, utile ad offrire elementi orientativi a coloro che avvertano l'esigenza, più o meno implicita o sfocata, di consultarci. 
Siamo infatti consapevoli di quante resistenze e perplessità -anche comprensibili- tendano a rendere tutt'altro che automatica e scontata  la decisione di rivolgersi ad uno psicologo, anche in presenza di un bisogno e, quindi, di una qualche forma di disagio, "malessere". 
Lo spazio del contatto via e-mail vorrebbe, a tal proposito, verificare la possibilità di "aprire", avviare uno scambio con chi fosse interessato, promuovendo l'emergere di interrogativi ulteriori, piuttosto che "chiudendo" attraverso la formula a nostro avviso retorica e problematica dell'esperto (?) risponde.

lunedì 30 maggio 2011

La questione del cambiamento

La ragione che ci spinge a scrivere alcune righe sul cambiamento deriva dalla necessità di chiarire questo processo,alla luce della centralità che riveste nel nostro lavoro. 
Il motivo per cui si va dallo psicologo, si intraprende una psicoterapia è quello di produrre un cambiamento significativo; apparentemente questo sembrerebbe scontato, poiché è piuttosto chiaro a tutti che se mi trovo dallo psicologo è perché voglio cambiare. Ma come viene concettualizzato -più o meno inconsapevolmente- questo cambiamento? Come viene immaginato?
Vorremmo provare ad indicare alcuni modelli di cambiamento a disposizione “nel mercato della vita reale” e situare, quindi, la nostra proposta.
1) Come un muscolo
In questo modello di cambiamento la meta d’arrivo la si conosce già in anticipo. Per esempio: diventare più motivati, diventare un genitore più bravo, diventare più disponibili all’ascolto, più interessanti, ecc. In questo modello, la meta è un muscolo che richiede un certo allenamento perché possa aumentare la sua forza specifica.
Se questo modo di pensare al cambiamento può essere adeguato per allenare i propri addominali, dal nostro punto di vista rischia di esserlo meno quando si tratta di comprendere le difficoltà di separarsi dai propri figli che diventano autonomi; di capire perché si lasciano i propri progetti a metà; di chiedersi perché non si riesce ad evocare interesse per sé nell’altro. Come psicologi, non riteniamo esistenti in realtà programmi in grado di far crescere queste caratteristiche, se non all’interno di situazioni che rischiano di promuovere, paradossalmente, la nostra passività.
2) Se le cose fossero diverse…
Quando ci troviamo in questa situazione, il cambiamento si confronta con la sua impossibilità. La necessità è far sperimentare allo psicologo la propria impotenza, per cui nulla potrà cambiare mai, a meno che il mondo esterno non si trasformi  così da divenire più adatto alle nostre esigenze. "E’ tutto inutile! Non c’è nulla da fare!" In questa circostanza, ciò su cui ci viene richiesto di intervenire è la realtà esterna, perché possa finalmente essere sentita come meno subìta.
Tuttavia anche in questo caso il prezzo che si rischia di pagare è quello di restare chiusi in una posizione passiva, ma nondimeno onnipotente, in quanto per noi psicologi si pone il pericolo di diventare proprio quella modalità della realtà che l’altro desidererebbe, ma che non è in grado di produrre. In una circostanza di questo tipo sia lo psicologo che il paziente rischiano di produrre una forma illusoria di cambiamento in cui si continuerà a subìre.
3) L’alternativa e l’adattamento
Sull’espressione adattamento, grava un peso che evoca in noi il senso della rinuncia, la necessità di dover scendere a compromessi. "Che devo fare, vorrà dire che mi adatterò! La realtà è questa, bisogna adattarsi!" Sembra quasi che adattarsi implichi un senso di sconfitta, in cui ancora una volta abbiamo subìto la realtà con le sue caratteristiche altre, rispetto alle nostre. Il problema dal nostro punto di vista, nasce proprio nel momento in cui noi e la realtà diventiamo due cose distinte, separate, ciascuna con le sue caratteristiche, che di volta in volta devono subire la reciproca presenza. Quasi che noi faremmo tranquillamente a meno della realtà e la realtà farebbe benissimo senza di noi. Il problema di non riuscire a partorire un’alternativa, nasce quasi dall’idea di dover immaginare che per cambiare bisogna generare un’innovazione grandiosa. In altri casi invece, restiamo bloccati entro certi schemi perché pretendiamo che talune vicende debbano procedere soltanto seguendo un determinato andamento.
Questo modello, ci sembra meglio corrispondere all’idea che ci figuriamo per lo sviluppo del cambiamento in ambito psicologico, in quanto se da un lato ci chiede di fare i conti con la realtà, dall’altra non ci abbandona ad una scelta obbligata. Talvolta scompaginare l’ordine di alcuni elementi in uno schema mentale oramai irrigidito, costituisce una piccola impresa grazie alla quale la realtà potrà iniziare ad apparirci meno penosa, più alleata a noi, vincolante sì, ma anche possibilmente costruibile, godibile. Questo ci solleva, da un lato, dall’idea che cambiare significhi diventare assolutamente qualcos’altro; dall’altro, ci impegna in un pensiero che può iniziare a fare veramente qualcosa: come il poter fare un buco nella realtà e iniziare a penetrarla.

martedì 5 aprile 2011

Studio Psicologico Psicoterapeutico si trasferisce (ma resta a Garbatella!)

Lo Studio Psicologico Psicoterapeutico si è trasferito in Via Anton da Noli, 14, a pochi passi dalla sede precedente, per offrire alla sua utenza, presente e futura, uno spazio più ampio e accogliente.

mercoledì 2 marzo 2011

Perché uno Studio Psicologico Psicoterapeutico all’interno di uno Studio Medico

La ragione che ci ha spinto a scegliere di situare uno Studio Psicologico entro uno Studio Medico, nasce da un tentativo di ridefinizione di questo contesto: da luogo di “cura della patologia”, a spazio di presa in carico e promozione della salute.
L’idea di Salute alla quale stiamo facendo riferimento com-prende al suo interno anche la malattia, proponendo, quindi, un superamento di quei modelli che separano rigidamente la salute dalla malattia e, di conseguenza, i malati dai sani, al fine di sottolineare come dimensioni di salute e malattia tendano piuttosto a coesistere nello stesso soggetto. All’interno di questa visione appare altrettanto ingenuo pretendere di differenziare una “salute fisica” da una “salute psicologica”: riteniamo infatti, non da soli, che sia necessario lavorare ad un ampliamento dell'idea di "Salute", in grado di accogliere al suo interno l’insieme dei rapporti tra il corpo, la mente e i contesti di vita.

Mettere al centro la salute permette, alla funzione psicologica e alla funzione medica di incontrarsi su di un oggetto comune, a partire dalla rispettive specificità.
Pensiamo, per fare un esempio tra i tanti possibili, a come la cronicità di determinate situazioni cliniche, possa nascondere delle “cause” di ordine psicologico, rispetto alle quali potrebbe essere importante prendere posizione.
Certamente il lavoro psicologico non intende sovrapporsi al lavoro medico, ma affiancarlo ed integrarlo in quei momenti ove non si riscontrasse, al di là dei sintomi, una determinata condizione organica atta a giustificare quel preciso quadro. Peraltro, non riteniamo trascurabile neppure quella “componente psicologica” che accompagna e rischia di appesantire la malattia di natura più propriamente organica.

La relazione con lo psicologo, così come noi la pensiamo, diversamente che la relazione con il medico, non potrà immaginare la somministrazione di un farmaco, né, più in generale, l’assunzione di un atteggiamento prescrittivo, finalizzato a fornire consigli, direttive e ad indicare comportamenti adeguati al paziente, piuttosto intende chiedere ai suoi utenti di implicarsi in un lavoro in cui, prima di essere curati da qualcun altro, si proverà a mobilitare quelle risorse proprie, utili a prendersi cura della propria realtà di vita. Proprio quest’ultima infatti, pensiamo, con le sue difficoltà, ci mette nella condizione di sviluppare quei sintomi a cui potrebbe essere importante offrire risposte alternative, da utilizzare per promuovere nuove competenze.
La Studio Psicologico Psicoterapeutico, vuole offrire l’opportunità di percorrere questa utile strada.

martedì 22 febbraio 2011

TERRITORIO PSICOTERAPIA

Vorremmo provare a raccontarci -e a raccontare le premesse teorico-metodologiche che orientano il nostro lavoro- partendo da due parole, volutamente affiancate, senza l'aggiunta di una "e": TERRITORIO PSICOTERAPIA.
Due parole che ci piacerebbe provare a far funzionare nei termini di indizi da cui muovere per liberare una molteplicità di associazioni possibili, attraverso la costruzione di una serie di connessioni: territorio della psicoterapia... psicoterapia nel territorio... territorio e psicoterapia... psicoterapia per un territorio...

Lavorare a queste connessioni permette, a nostro avviso, di mettere in rapporto il Pubblico e il Privato -vale a dire l'intimità dei propri vissuti, delle proprie emozioni, del proprio disagio- al Fuori delle relazioni con i propri contesti di vita, a partire dall'individuazione di questioni da trattare, piuttosto che di "patologie" da curare, deficit da compensare.
L'intervento psicologico-psicoterapeutico si traduce, quindi, in una proposta di lavoro, ed è questo che marca, a parere di chi scrive, una prima sostanziale differenza con l'intervento medico: la necessità, per i nostri clienti, di implicarsi attivamente nel percorso che andremo costruendo insieme, producendolo, piuttosto che assumendolo alla stregua di un farmaco...

Lo Studio Psicologico Psicoterapeutico intende, a tal proposito, proporsi quale Spazio entro cui offrire ai nostri interlocutori la possibilità di avviare-rimettere in moto la propria capacità progettuale, e con essa le proprie possibilità di sviluppo, a partire dall'acquisizione di una competenza a pensare le emozioni, utile a riorganizzare le proprie azioni, fuoriuscendo dalla rigidità di una scelta obbligata.
E' questo un aspetto che ci preme sottolineare, e che ci riporta al punto di partenza: Territorio Psicoterapia.
Il Territorio si configura, infatti, nei termini di quel Fuori che permette di connettere il pensiero all'azione, restituendo così al pensiero la sua componente produttiva.

giovedì 20 gennaio 2011

BATTAGLIA - Abecedario sul corpo-

Partiamo, per questa seconda lettera dell’Abecedario sul corpo, da uno dei commenti lasciati nel blog, ad integrazione della parola proposta: battaglia, appunto.

“BATTAGLIA: se ne combattono tante, dentro il corpo, e, con il proprio corpo, nel nostro ambiente…”

Ci pare, questa, una parola drammaticamente attuale, rispetto al contesto del corpo delle donne e degli uomini, non meno che del corpo sociale. Una parola che mette in scena la possibilità del conflitto, della resistenza, della difesa, della resa, in un vero corpo a corpo.
La “battaglia”, se da un lato mette in evidenza l’aspetto dello scontro, dall’altro richiede il riconoscimento di parti diverse all’interno di un medesimo “corpo” (umano o sociale, come vedremo, non fa differenza); riconoscimento che mette in crisi, destabilizza un equilibrio, imponendo dei costi, ma che, al contempo, rappresenta un passaggio ineliminabile per il realizzarsi di un assetto inedito e potenzialmente più adattivo.
I processi di sviluppo non possono avvenire bypassando la dimensione del combattimento: il cambiamento, all’interno di un percorso psicoterapeutico, implica anche un andare contro quelle parti di sé che tenderebbero a restare impigliate entro le secche della ripetizione. Si pensi, tra gli innumerevoli esempi possibili, a come gli stessi processi di cura e guarigione di patologie di varia natura vengano descritti, nell’immaginario collettivo, utilizzando parole come “battaglia”, “sconfiggere”, ecc., evocando implicitamente l’immagine di una “parte sana” che lotta contro –e con- una “parte malata”.
L’ipotesi che proponiamo è che attraverso la battaglia possa esprimersi paradossalmente una forma di eros, uno slancio verso la “vita”, a partire dall’attraversamento delle proprie zone d’ombra, la qual cosa significa incontrare la perdita intesa sia come sconfitta che come abbandono di parti di sé non evolute.
Il rifiuto della battaglia, dunque del conflitto, realizza, invece, dimensioni di stallo, blocchi che si traducono in incistamenti che covano sotto la sabbia, realizzando un equilibrio rigido e costantemente a rischio di infrangersi.
Abbiamo parlato della “battaglia” contestualizzandola all’interno di un corpo non ulteriormente specificato, così da comprendere tanto il piano individuale (il corpo umano) che i contesti sociali, poiché riteniamo che le riflessioni qui delineate concernano entrambi questi livelli. Gli scenari che ci sono venuti alla mente sono stati il setting psicoterapeutico, non meno che le recenti vicende politico-sociali e, con esse, la problematica tendenza a negare-stigmatizzare preventivamente il conflitto. Riteniamo quest’ultimo il motore della relazione, espressione di quelle parti che lottano per generare le forme della loro convivenza.
A tal proposito, obiettivo di chi scrive è stato quello di recuperare una componente virtuosa della “battaglia”, esplicitando la centralità che tale dimensione riveste entro i processi di cambiamento individuali e sociali.

sabato 18 dicembre 2010

ANIM-ALE- ANIM-A- ANIM-ATO

Abbiamo separato con un trattino la radice della parola –anim- ovvero la sua parte non flessiva quale corpo comune e trasversale che caratterizza queste tre parole, la cui etimologia rimanda, in tutti e tre i casi, al soffiare del vento.

Risalire alla radice comune ci permette, dunque, di attraversare il senso intenzionale delle tre parole, suggerendoci l’idea di un senso altro, sedimentato e latente che permette di collegare l’anima, all’animale e all’animato. Senso che riteniamo vada ricercato nell’immagine stessa del soffiare del vento, nel suo evocare l’idea di un movimento: pensiamo al vento fra le foglie, fra i capelli, alle onde del mare… come se la possibilità del corpo di potersi “generare” fosse dovuta ad un movimento, in grado di s-catenarne la presenza.

Questo primo passaggio ci permette quindi di cogliere come la rappresentazione del corpo venga connessa all’idea di movimento, evento quest’ultimo che offre consistenza al corpo, permettendogli di esistere.

L’animale, l’anima, l’animato sembrano a loro volta rimandare a dei mondi, a dei livelli rispetto ai quali prende forma la rappresentazione del corpo. Nello specifico, ipotizziamo che:



- il “livello animale” rimandi ad una dimensione biologico-istintuale situata in profondità: a questo livello il corpo esprime una modalità di funzionamento fatta di reazioni che -sfuggendo al nostro controllo- talvolta si pongono al di fuori della consapevolezza. D’altro canto, questo livello ci permette di elaborare rapidamente una serie di stimoli rispetto ai quali produrre azioni, facendoci sentire connessi con una dimensione emozionale-istintiva di carattere quasi viscerale;

- il “livello anima” abbia a che fare con una dimensione disincarnata che tende ad opporsi al livello animale, situandosi dentro l’involucro-corpo dell’individuo in seguito ad una sua emanazione dall’alto. Ne consegue l’immagine di un corpo controllato dal di dentro, esito di una separazione tra materia e spirito, istintualità e pensiero razionale. Tale separazione, tuttavia, è su questo stesso terreno che può tentare le sue integrazioni, realizzando un incontro tra queste due parti;

- il “livello animato” spinga la rappresentazione del corpo verso il fuori, come se su questo piano fossimo sollecitati ad avere una visione del corpo dal di fuori di noi stessi. A questo livello il corpo non è controllato dal di dentro ma espropriato, acquisito dall’esterno. Su questo piano siamo confrontati con una esperienza maggiormente confacente con i tempi moderni: si pensi all’utilizzo dello spazio virtuale, alle immagini digitali, alle moderne tecnologie, alla telecamera, ecc.

Questi tre livelli ci permettono di entrare in uno spazio di cui queste dimensioni cotituiscono le coordinate. Immaginiamo quindi le rappresentazioni sul corpo come l’esito di un posizionamento del corpo entro questo stesso spazio, quindi, di volta in volta, più vicino ad un livello piuttosto che ad un altro.

Ci preme sottolineare come questi tre livelli disegnino uno spazio orizzontale, dunque, non gerarchico: non vi è, in altri termini, un livello più evoluto, più virtuoso di un altro, o, per meglio dire, il nostro intento non è quello di presentarli secondo una visione evolutiva. Essi semplicemente si intersecano.

Ecco quindi che i tre livelli possono divenire una carta da cui partire per iniziare ad interrogarsi sui propri modi di relazione con il corpo, visualizzando il proprio posizionamento attuale. Un po’ come quelle cartine in terra straniera, dove una freccia ci indica: voi siete qui!







mercoledì 15 dicembre 2010

PERCHE' UN ABECEDARIO SUL CORPO?


Sentiamo necessario tracciare brevemente le coordinate entro le quali iscrivere le riflessioni sul “corpo” che vorremo proporvi attraverso il blog.
Di certo non stiamo proponendo un lavoro scientifico, nondimeno, le nostre vorrebbero essere qualcosa in più che delle semplici suggestioni sul corpo.
Sarebbe cosa diversa chiedere ad un gruppo di monaci cistercensi, che condividono un preciso contesto, piuttosto che a dei pendolari, che pensieri fanno sul corpo, poiché sarebbero presi insieme in un medesimo evento che tendono a condividere. Dal momento che le persone che ci stanno aiutando in questo lavoro, scrivendoci le loro “parole sul corpo”, non condividono alcun contesto se non la rete, i pensieri che stiamo raccogliendo pescano  “semplicemente” entro quella cultura comune che sul corpo ciascuno di noi ha, indipendentemente da un contesto di riferimento.
La ragione per la quale abbiamo proposto un Abecedario sul corpo è perché riteniamo che esso stia al centro delle recenti evoluzioni sociali o meglio che l’evoluzione sociale stia già fabbricando il corpo del futuro prossimo. Tale evoluzione latente, alla quale ogni giorno partecipiamo tutti, ci estrae affetti, sentimenti, vissuti quali “primi corpi” attraverso i quali permanentemente ci costruiamo i nostri corpi sociali. Tracciare delle mappe può essere allora un’occasione per consentire a ciascuno di noi di decidere meno al buio in che direzione andare.