martedì 5 marzo 2013

Psicologi -e psicologia- usa e getta


Assistiamo, negli ultimi tempi, al moltiplicarsi di iniziative e progetti finalizzati a offrire "consulenze psicologiche" all'interno di spazi variamente denominati (sportello amico, centro di ascolto, ecc.).
Il denominatore comune che attraversa tali iniziative è la gratuità del servizio erogato, il suo sistuarsi entro contesti "inediti" per la psicologia -ad esempio centri commerciali e farmacie- e, generalmente, l'assenza di condizioni e criteri organizzativi per accedere alla consulenza. 
L'intento sembrerebbe essere quello di "abbattere" tutte quelle barriere che, a vari livelli, si frappongono tra il bisogno dell'utenza, e l'incontro con lo psicologo, favorendo così una facilitazione dell'accesso alla consulenza, nonchè, di conseguenza, una promozione della psicologia stessa all'interno del territorio. 

Ma quanto, tuttavia, questa semplificazione finisce per evocare problematicamente una banalizzazione, se non addirittura uno snaturamento di tutte quelle pratiche d'intervento che, a vari livelli, rientrano nell'ambito psicologico clinico?  
Per dirla in altri termini, che tipo di rappresentazione della psicologia e della relazione terapeutica (a nostro avviso anche una consulenza psicologica, un unico colloquio, "costruiscono" una relazione terapeutica) tende ad essere evocata e veicolata da questo tipo di proposte? 

Pensiamo a questa relazione terapeutica, e alla proposta che veicola, nei termini di un esperimento a costo zero, non tanto e soltanto perchè gratuita in senso letterale, ma sopratutto alla luce del suo intento di far fuori tutti quegli elementi organizzativi:
 - prendere un appuntamento;
- delimitare espressamente una cornice temporale;
- avere a disposizione lo spazio fisico di uno studio;
- prendere sul serio la possibilità di parlare con uno psicologo, non così al volo, ma come momento delicato in cui si riconosce di avere veramente un problema o comunque una domanda.
Elementi, questi, che costruiscono quella dimensione di setting che, di fatto, qualifica l'intervento psicologico clinico, ponendo quei limiti/confini che permettono di differenziare questo tipo di relazione da altre forme d'aiuto. 

La dimensione del "costo zero" si associa, a nostro avviso, a quella del disimpegno, elemento, quest'ultimo, che ci ha spinto, non senza un pizzico di provocazione, ad evocare nel titolo una psicologia usa e getta. Disimpegno del cliente, che tenderà ad utilizzare questo spazio -poco cercato, non intenzionalmente raggiuto, ma più che altro incontrato quasi per caso- nei termini dell'ennesimo contenitore dove riversare il proprio sfogo, o magari trovare qualche soluzione, possibilmente rapida e indolore, e, più in generale, disimpegno della relazione stessa.

 Riteniamo assolutamente prezioso e vitale che la psicologia clinica si interroghi e metta in discussione i propri modelli d'intervento anche alla luce dei cambiamenti socio culturali in corso, non arroccandosi difensivamente su posizioni conservative, purchè questo non esiti in un tradimento della sua stessa identità.
Pensiamo che tali cambiamenti vadano riconosciuti e interrogati, piuttosto che scontatamente assecondati.
In questi tempi drammaticamente attraversati dalla precarietà -esistenziale e non "solo" lavorativa-  anche la psicologia clinica è chiamata a ripensare la propria proposta terapeutica. 
Proposta che, secondo noi, forse ancora più di prima, dovrebbe tentare di promuovere relazioni impegnate. Rapporti che tentino di costruire stabilità, premessa indispensabile per realizzare uno sviluppo.




mercoledì 6 febbraio 2013

Il paziente in psicoterapia


Negli ultimi anni si è parlato dell’utente che si rivolge allo psicologo definendolo un cliente in alternativa al paziente. Tale sottigliezza è nata per differenziare l’utente che si rivolge allo psicologo da quello che si rivolge al medico, o che comunque è allettato in ospedale. Dare del cliente all’utente che si rivolge allo psicologo è stato, ed è ancora adesso, il tentativo di promuovere in lui una motivazione che lo spinga a delegare meno allo psicologo, per ritrovare invece maggiormente risorse in se stesso. Nell’immaginario collettivo, erroneamente, il paziente viene visto come qualcuno che si affida completamente alle cure dell’altro, quasi che l’altro avesse un potere salvifico, quindi capace di sapere che cosa è giusto per noi.   
Poiché invece la psicologia vuole proporre uno spazio di riflessione in cui proprio l’utenza possa interrogarsi su che cosa possa essere giusto per se stessa, l’espressione paziente diviene inadeguata.

Tuttavia, sia il paziente del medico che quello dello psicologo hanno qualcosa in comune che forse sarebbe difficile attribuire ad un cliente. Il paziente è qualcuno che sta soffrendo, che è preoccupato, che è spaventato, solo per dire alcune delle esperienze emozionali che lo possono riguardare quando indossa questi abiti. Un cliente è preso da altre emozioni che sembra difficile accomunare a quelle del paziente. E’ chiaro, d'altro canto, che il pagare, quindi il comprare un servizio, renda qualsiasi paziente sempre un cliente.

Proviamo quindi a restare sulla dimensione del paziente, inteso come colui che è preso dentro un ventaglio di emozioni che in linea generale possiamo definire “sgradevoli”, evitando difensivamente di renderlo qualcosa d’altro, magari, appunto, un cliente più gestibile.
Il paziente è qualcuno -ce lo indica anche l’etimo della parola- che sta sopportando, che soffre. 
La "persona paziente" è sempre vista come qualcuno che tollera: "tu sì che ne hai di pazienza!" dice l’amico al genitore, ormai provato dai capricci del figlioletto. 
L’essere paziente, per ritornare al tema più vicino a noi, che è quello della psicoterapia, implica il dover sviluppare una forma di tolleranza nei confronti della frustrazione, emozione quest’ultima generata da un sentimento di impotenza.  

Alla frustrazione tutti noi reagiamo sempre con un colpo di reni, fisiologicamente, per potercene liberare prima possibile. Tuttavia la terapia psicologica vuole aiutare proprio a tollerare, gestire, le forme della frustrazione, nell’ipotesi che essa si manifesti ogni volta che ci si confronta con l'impossibilità di accedere al soddisfacimento immediato dei propri bisogni e desideri.
Pensiamo, giusto per fare alcuni esempi, a certe fantasie di guarigione/cambiamento immediato, coerenti con la logica del tutto e subito, piuttosto che all'esperienza stessa dell'apprendimento.
Imparare qualcosa di nuovo è frustrante per definizione, perchè ci confronta con qualcosa che non si conosce, che non si padroneggia.

Conoscere i propri meccanismi mentali, quegli automatismi dai quali derivano le nostre sofferenze entro i contesti che viviamo, è un’esperienza d’apprendimento, la quale diviene più frustrante nel momento in cui si tenta di costruire modalità di funzionamento inedite.
 Per questo diffidiamo di quei percorsi terapeutici lampo, in quanto, secondo noi, eludono la frustrazione quale esperienza connaturata a qualsiasi forma di apprendimento; esperienza che se da un lato ci fa soffrire, dall’altro ci dà anche la garanzia che stiamo realmente lavorando per cambiare.
E non può esserci cambiamento senza frustrazione.
   

venerdì 25 gennaio 2013

La psicoterapia come esperienza d'apprendimento


 
Molto spesso i pazienti che richiedono un intervento da parte dello psicologo immaginano e sperano -non a torto- che la loro problematica possa trovare una soluzione, come se si trattasse di guarire da una forma di malattia. Il male, il dolore, la sofferenza che si prova, troverebbero la loro fine una volta che si sia guariti.

Purtroppo la relazione terapeutica con lo psicologo non è in grado di produrre questo esito, poiché ciò di cui si occupa la psicologia non ha che fare con la cura ma con lo sviluppo, quindi insieme con lo psicologo più che guarire è possibile sviluppare nuove competenze.
Cosa può significare, questo,  ad esempio per un giovane padre, che indossa per la prima volta questi abiti? O per un ragazzo che non trova la spinta a fuoriuscire dalla propria famiglia d’origine? O, ancora, per una donna che, non trovando altra aspirazione che sacrificarsi per i suoi familiari, si scopre ad un certo punto svuotata?
Si capisce, con questi pochi esempi, che da queste situazioni non si può guarire; tantomeno si potrà immaginare quindi una cura! Contemporaneamente, è bene sottolinearlo, non esistono manuali grazie ai quali, con un po’ di pratica, ci si possa addestrare come se si stesse imparando a portare l’automobile. E volendo, anche nel caso dell’automobile (apprendimento che si fa una volta per tutte), averla guidata nel piccolo paese per vent’anni non rende certo competenti al traffico di una grande città, a cui ci si affaccia per la prima volta.

La relazione terapeutica come esperienza d’apprendimento è uno spazio all’interno del quale si tentano esperimenti di nuove forme di guida (per restare nella metafora della guida dell’automobile) alternative rispetto allo stile al quale si era abituati sino a quel momento. Nessuno imparerebbe a guidare nel traffico di Roma, con le sue regole implicite, grazie soltanto all’ausilio del libro di scuola guida o alla spiegazione offerta da qualcuno. Per cui imparare a guidare di nuovo, significa apprendere nuove competenze rispetto al contesto urbano e di traffico col quale si è confrontati adesso.  Vuole essere questa una metafora che aiuti maggiormente a visualizzare cosa, tutto ciò,  possa significare per la vita di ciascuno di noi. 

Domandarsi con quale "nuova" situazione contestuale ci stiamo confrontando, quale sia, quindi, il cambiamento in corso, quali modalità abbiamo messo in campo fino a questo momento, diventano i primi passi utili a comprendere il nuovo apprendimento che ci è richiesto. Apprendimento formativo grazie al quale continuiamo a svilupparci e attraverso cui impariamo a costruire nuovi strumenti per stare al mondo.
Purtroppo apprendere è faticoso e richiede tempo poiché ci obbliga a rinunciare in parte a quella comodità che ci eravamo costruiti fino a quel momento; tuttavia è l’unica strada a nostra disposizione per fuoriuscire dalla sofferenza mortificante generata dal “vecchio” che tenta di resistere all’estraneità che non comprendiamo ancora.       

giovedì 15 dicembre 2011

Indirizzo e-mail e brochure dello Studio Psicologico Psicoterapeutico: come conoscerci e contattarci

Per informazioni, quesiti, curiosità, potete contattarci, oltre che telefonicamente, attraverso l'indirizzo di posta elettronica  psicologia.garbatella@hotmail.it.  
Lo spazio "virtuale" dello scambio via e-mail pur non potendo (nè volendo!), evidentemente, sostituire lo spazio dell' incontro "reale", intende fornire una prima possibilità di contatto e conoscenza, utile ad offrire elementi orientativi a coloro che avvertano l'esigenza, più o meno implicita o sfocata, di consultarci. 
Siamo infatti consapevoli di quante resistenze e perplessità -anche comprensibili- tendano a rendere tutt'altro che automatica e scontata  la decisione di rivolgersi ad uno psicologo, anche in presenza di un bisogno e, quindi, di una qualche forma di disagio, "malessere". 
Lo spazio del contatto via e-mail vorrebbe, a tal proposito, verificare la possibilità di "aprire", avviare uno scambio con chi fosse interessato, promuovendo l'emergere di interrogativi ulteriori, piuttosto che "chiudendo" attraverso la formula a nostro avviso retorica e problematica dell'esperto (?) risponde.

lunedì 30 maggio 2011

La questione del cambiamento

La ragione che ci spinge a scrivere alcune righe sul cambiamento deriva dalla necessità di chiarire questo processo,alla luce della centralità che riveste nel nostro lavoro. 
Il motivo per cui si va dallo psicologo, si intraprende una psicoterapia è quello di produrre un cambiamento significativo; apparentemente questo sembrerebbe scontato, poiché è piuttosto chiaro a tutti che se mi trovo dallo psicologo è perché voglio cambiare. Ma come viene concettualizzato -più o meno inconsapevolmente- questo cambiamento? Come viene immaginato?
Vorremmo provare ad indicare alcuni modelli di cambiamento a disposizione “nel mercato della vita reale” e situare, quindi, la nostra proposta.
1) Come un muscolo
In questo modello di cambiamento la meta d’arrivo la si conosce già in anticipo. Per esempio: diventare più motivati, diventare un genitore più bravo, diventare più disponibili all’ascolto, più interessanti, ecc. In questo modello, la meta è un muscolo che richiede un certo allenamento perché possa aumentare la sua forza specifica.
Se questo modo di pensare al cambiamento può essere adeguato per allenare i propri addominali, dal nostro punto di vista rischia di esserlo meno quando si tratta di comprendere le difficoltà di separarsi dai propri figli che diventano autonomi; di capire perché si lasciano i propri progetti a metà; di chiedersi perché non si riesce ad evocare interesse per sé nell’altro. Come psicologi, non riteniamo esistenti in realtà programmi in grado di far crescere queste caratteristiche, se non all’interno di situazioni che rischiano di promuovere, paradossalmente, la nostra passività.
2) Se le cose fossero diverse…
Quando ci troviamo in questa situazione, il cambiamento si confronta con la sua impossibilità. La necessità è far sperimentare allo psicologo la propria impotenza, per cui nulla potrà cambiare mai, a meno che il mondo esterno non si trasformi  così da divenire più adatto alle nostre esigenze. "E’ tutto inutile! Non c’è nulla da fare!" In questa circostanza, ciò su cui ci viene richiesto di intervenire è la realtà esterna, perché possa finalmente essere sentita come meno subìta.
Tuttavia anche in questo caso il prezzo che si rischia di pagare è quello di restare chiusi in una posizione passiva, ma nondimeno onnipotente, in quanto per noi psicologi si pone il pericolo di diventare proprio quella modalità della realtà che l’altro desidererebbe, ma che non è in grado di produrre. In una circostanza di questo tipo sia lo psicologo che il paziente rischiano di produrre una forma illusoria di cambiamento in cui si continuerà a subìre.
3) L’alternativa e l’adattamento
Sull’espressione adattamento, grava un peso che evoca in noi il senso della rinuncia, la necessità di dover scendere a compromessi. "Che devo fare, vorrà dire che mi adatterò! La realtà è questa, bisogna adattarsi!" Sembra quasi che adattarsi implichi un senso di sconfitta, in cui ancora una volta abbiamo subìto la realtà con le sue caratteristiche altre, rispetto alle nostre. Il problema dal nostro punto di vista, nasce proprio nel momento in cui noi e la realtà diventiamo due cose distinte, separate, ciascuna con le sue caratteristiche, che di volta in volta devono subire la reciproca presenza. Quasi che noi faremmo tranquillamente a meno della realtà e la realtà farebbe benissimo senza di noi. Il problema di non riuscire a partorire un’alternativa, nasce quasi dall’idea di dover immaginare che per cambiare bisogna generare un’innovazione grandiosa. In altri casi invece, restiamo bloccati entro certi schemi perché pretendiamo che talune vicende debbano procedere soltanto seguendo un determinato andamento.
Questo modello, ci sembra meglio corrispondere all’idea che ci figuriamo per lo sviluppo del cambiamento in ambito psicologico, in quanto se da un lato ci chiede di fare i conti con la realtà, dall’altra non ci abbandona ad una scelta obbligata. Talvolta scompaginare l’ordine di alcuni elementi in uno schema mentale oramai irrigidito, costituisce una piccola impresa grazie alla quale la realtà potrà iniziare ad apparirci meno penosa, più alleata a noi, vincolante sì, ma anche possibilmente costruibile, godibile. Questo ci solleva, da un lato, dall’idea che cambiare significhi diventare assolutamente qualcos’altro; dall’altro, ci impegna in un pensiero che può iniziare a fare veramente qualcosa: come il poter fare un buco nella realtà e iniziare a penetrarla.

martedì 5 aprile 2011

Studio Psicologico Psicoterapeutico si trasferisce (ma resta a Garbatella!)

Lo Studio Psicologico Psicoterapeutico si è trasferito in Via Anton da Noli, 14, a pochi passi dalla sede precedente, per offrire alla sua utenza, presente e futura, uno spazio più ampio e accogliente.

mercoledì 2 marzo 2011

Perché uno Studio Psicologico Psicoterapeutico all’interno di uno Studio Medico

La ragione che ci ha spinto a scegliere di situare uno Studio Psicologico entro uno Studio Medico, nasce da un tentativo di ridefinizione di questo contesto: da luogo di “cura della patologia”, a spazio di presa in carico e promozione della salute.
L’idea di Salute alla quale stiamo facendo riferimento com-prende al suo interno anche la malattia, proponendo, quindi, un superamento di quei modelli che separano rigidamente la salute dalla malattia e, di conseguenza, i malati dai sani, al fine di sottolineare come dimensioni di salute e malattia tendano piuttosto a coesistere nello stesso soggetto. All’interno di questa visione appare altrettanto ingenuo pretendere di differenziare una “salute fisica” da una “salute psicologica”: riteniamo infatti, non da soli, che sia necessario lavorare ad un ampliamento dell'idea di "Salute", in grado di accogliere al suo interno l’insieme dei rapporti tra il corpo, la mente e i contesti di vita.

Mettere al centro la salute permette, alla funzione psicologica e alla funzione medica di incontrarsi su di un oggetto comune, a partire dalla rispettive specificità.
Pensiamo, per fare un esempio tra i tanti possibili, a come la cronicità di determinate situazioni cliniche, possa nascondere delle “cause” di ordine psicologico, rispetto alle quali potrebbe essere importante prendere posizione.
Certamente il lavoro psicologico non intende sovrapporsi al lavoro medico, ma affiancarlo ed integrarlo in quei momenti ove non si riscontrasse, al di là dei sintomi, una determinata condizione organica atta a giustificare quel preciso quadro. Peraltro, non riteniamo trascurabile neppure quella “componente psicologica” che accompagna e rischia di appesantire la malattia di natura più propriamente organica.

La relazione con lo psicologo, così come noi la pensiamo, diversamente che la relazione con il medico, non potrà immaginare la somministrazione di un farmaco, né, più in generale, l’assunzione di un atteggiamento prescrittivo, finalizzato a fornire consigli, direttive e ad indicare comportamenti adeguati al paziente, piuttosto intende chiedere ai suoi utenti di implicarsi in un lavoro in cui, prima di essere curati da qualcun altro, si proverà a mobilitare quelle risorse proprie, utili a prendersi cura della propria realtà di vita. Proprio quest’ultima infatti, pensiamo, con le sue difficoltà, ci mette nella condizione di sviluppare quei sintomi a cui potrebbe essere importante offrire risposte alternative, da utilizzare per promuovere nuove competenze.
La Studio Psicologico Psicoterapeutico, vuole offrire l’opportunità di percorrere questa utile strada.

martedì 22 febbraio 2011

TERRITORIO PSICOTERAPIA

Vorremmo provare a raccontarci -e a raccontare le premesse teorico-metodologiche che orientano il nostro lavoro- partendo da due parole, volutamente affiancate, senza l'aggiunta di una "e": TERRITORIO PSICOTERAPIA.
Due parole che ci piacerebbe provare a far funzionare nei termini di indizi da cui muovere per liberare una molteplicità di associazioni possibili, attraverso la costruzione di una serie di connessioni: territorio della psicoterapia... psicoterapia nel territorio... territorio e psicoterapia... psicoterapia per un territorio...

Lavorare a queste connessioni permette, a nostro avviso, di mettere in rapporto il Pubblico e il Privato -vale a dire l'intimità dei propri vissuti, delle proprie emozioni, del proprio disagio- al Fuori delle relazioni con i propri contesti di vita, a partire dall'individuazione di questioni da trattare, piuttosto che di "patologie" da curare, deficit da compensare.
L'intervento psicologico-psicoterapeutico si traduce, quindi, in una proposta di lavoro, ed è questo che marca, a parere di chi scrive, una prima sostanziale differenza con l'intervento medico: la necessità, per i nostri clienti, di implicarsi attivamente nel percorso che andremo costruendo insieme, producendolo, piuttosto che assumendolo alla stregua di un farmaco...

Lo Studio Psicologico Psicoterapeutico intende, a tal proposito, proporsi quale Spazio entro cui offrire ai nostri interlocutori la possibilità di avviare-rimettere in moto la propria capacità progettuale, e con essa le proprie possibilità di sviluppo, a partire dall'acquisizione di una competenza a pensare le emozioni, utile a riorganizzare le proprie azioni, fuoriuscendo dalla rigidità di una scelta obbligata.
E' questo un aspetto che ci preme sottolineare, e che ci riporta al punto di partenza: Territorio Psicoterapia.
Il Territorio si configura, infatti, nei termini di quel Fuori che permette di connettere il pensiero all'azione, restituendo così al pensiero la sua componente produttiva.

giovedì 20 gennaio 2011

BATTAGLIA - Abecedario sul corpo-

Partiamo, per questa seconda lettera dell’Abecedario sul corpo, da uno dei commenti lasciati nel blog, ad integrazione della parola proposta: battaglia, appunto.

“BATTAGLIA: se ne combattono tante, dentro il corpo, e, con il proprio corpo, nel nostro ambiente…”

Ci pare, questa, una parola drammaticamente attuale, rispetto al contesto del corpo delle donne e degli uomini, non meno che del corpo sociale. Una parola che mette in scena la possibilità del conflitto, della resistenza, della difesa, della resa, in un vero corpo a corpo.
La “battaglia”, se da un lato mette in evidenza l’aspetto dello scontro, dall’altro richiede il riconoscimento di parti diverse all’interno di un medesimo “corpo” (umano o sociale, come vedremo, non fa differenza); riconoscimento che mette in crisi, destabilizza un equilibrio, imponendo dei costi, ma che, al contempo, rappresenta un passaggio ineliminabile per il realizzarsi di un assetto inedito e potenzialmente più adattivo.
I processi di sviluppo non possono avvenire bypassando la dimensione del combattimento: il cambiamento, all’interno di un percorso psicoterapeutico, implica anche un andare contro quelle parti di sé che tenderebbero a restare impigliate entro le secche della ripetizione. Si pensi, tra gli innumerevoli esempi possibili, a come gli stessi processi di cura e guarigione di patologie di varia natura vengano descritti, nell’immaginario collettivo, utilizzando parole come “battaglia”, “sconfiggere”, ecc., evocando implicitamente l’immagine di una “parte sana” che lotta contro –e con- una “parte malata”.
L’ipotesi che proponiamo è che attraverso la battaglia possa esprimersi paradossalmente una forma di eros, uno slancio verso la “vita”, a partire dall’attraversamento delle proprie zone d’ombra, la qual cosa significa incontrare la perdita intesa sia come sconfitta che come abbandono di parti di sé non evolute.
Il rifiuto della battaglia, dunque del conflitto, realizza, invece, dimensioni di stallo, blocchi che si traducono in incistamenti che covano sotto la sabbia, realizzando un equilibrio rigido e costantemente a rischio di infrangersi.
Abbiamo parlato della “battaglia” contestualizzandola all’interno di un corpo non ulteriormente specificato, così da comprendere tanto il piano individuale (il corpo umano) che i contesti sociali, poiché riteniamo che le riflessioni qui delineate concernano entrambi questi livelli. Gli scenari che ci sono venuti alla mente sono stati il setting psicoterapeutico, non meno che le recenti vicende politico-sociali e, con esse, la problematica tendenza a negare-stigmatizzare preventivamente il conflitto. Riteniamo quest’ultimo il motore della relazione, espressione di quelle parti che lottano per generare le forme della loro convivenza.
A tal proposito, obiettivo di chi scrive è stato quello di recuperare una componente virtuosa della “battaglia”, esplicitando la centralità che tale dimensione riveste entro i processi di cambiamento individuali e sociali.

sabato 18 dicembre 2010

ANIM-ALE- ANIM-A- ANIM-ATO

Abbiamo separato con un trattino la radice della parola –anim- ovvero la sua parte non flessiva quale corpo comune e trasversale che caratterizza queste tre parole, la cui etimologia rimanda, in tutti e tre i casi, al soffiare del vento.

Risalire alla radice comune ci permette, dunque, di attraversare il senso intenzionale delle tre parole, suggerendoci l’idea di un senso altro, sedimentato e latente che permette di collegare l’anima, all’animale e all’animato. Senso che riteniamo vada ricercato nell’immagine stessa del soffiare del vento, nel suo evocare l’idea di un movimento: pensiamo al vento fra le foglie, fra i capelli, alle onde del mare… come se la possibilità del corpo di potersi “generare” fosse dovuta ad un movimento, in grado di s-catenarne la presenza.

Questo primo passaggio ci permette quindi di cogliere come la rappresentazione del corpo venga connessa all’idea di movimento, evento quest’ultimo che offre consistenza al corpo, permettendogli di esistere.

L’animale, l’anima, l’animato sembrano a loro volta rimandare a dei mondi, a dei livelli rispetto ai quali prende forma la rappresentazione del corpo. Nello specifico, ipotizziamo che:



- il “livello animale” rimandi ad una dimensione biologico-istintuale situata in profondità: a questo livello il corpo esprime una modalità di funzionamento fatta di reazioni che -sfuggendo al nostro controllo- talvolta si pongono al di fuori della consapevolezza. D’altro canto, questo livello ci permette di elaborare rapidamente una serie di stimoli rispetto ai quali produrre azioni, facendoci sentire connessi con una dimensione emozionale-istintiva di carattere quasi viscerale;

- il “livello anima” abbia a che fare con una dimensione disincarnata che tende ad opporsi al livello animale, situandosi dentro l’involucro-corpo dell’individuo in seguito ad una sua emanazione dall’alto. Ne consegue l’immagine di un corpo controllato dal di dentro, esito di una separazione tra materia e spirito, istintualità e pensiero razionale. Tale separazione, tuttavia, è su questo stesso terreno che può tentare le sue integrazioni, realizzando un incontro tra queste due parti;

- il “livello animato” spinga la rappresentazione del corpo verso il fuori, come se su questo piano fossimo sollecitati ad avere una visione del corpo dal di fuori di noi stessi. A questo livello il corpo non è controllato dal di dentro ma espropriato, acquisito dall’esterno. Su questo piano siamo confrontati con una esperienza maggiormente confacente con i tempi moderni: si pensi all’utilizzo dello spazio virtuale, alle immagini digitali, alle moderne tecnologie, alla telecamera, ecc.

Questi tre livelli ci permettono di entrare in uno spazio di cui queste dimensioni cotituiscono le coordinate. Immaginiamo quindi le rappresentazioni sul corpo come l’esito di un posizionamento del corpo entro questo stesso spazio, quindi, di volta in volta, più vicino ad un livello piuttosto che ad un altro.

Ci preme sottolineare come questi tre livelli disegnino uno spazio orizzontale, dunque, non gerarchico: non vi è, in altri termini, un livello più evoluto, più virtuoso di un altro, o, per meglio dire, il nostro intento non è quello di presentarli secondo una visione evolutiva. Essi semplicemente si intersecano.

Ecco quindi che i tre livelli possono divenire una carta da cui partire per iniziare ad interrogarsi sui propri modi di relazione con il corpo, visualizzando il proprio posizionamento attuale. Un po’ come quelle cartine in terra straniera, dove una freccia ci indica: voi siete qui!







mercoledì 15 dicembre 2010

PERCHE' UN ABECEDARIO SUL CORPO?


Sentiamo necessario tracciare brevemente le coordinate entro le quali iscrivere le riflessioni sul “corpo” che vorremo proporvi attraverso il blog.
Di certo non stiamo proponendo un lavoro scientifico, nondimeno, le nostre vorrebbero essere qualcosa in più che delle semplici suggestioni sul corpo.
Sarebbe cosa diversa chiedere ad un gruppo di monaci cistercensi, che condividono un preciso contesto, piuttosto che a dei pendolari, che pensieri fanno sul corpo, poiché sarebbero presi insieme in un medesimo evento che tendono a condividere. Dal momento che le persone che ci stanno aiutando in questo lavoro, scrivendoci le loro “parole sul corpo”, non condividono alcun contesto se non la rete, i pensieri che stiamo raccogliendo pescano  “semplicemente” entro quella cultura comune che sul corpo ciascuno di noi ha, indipendentemente da un contesto di riferimento.
La ragione per la quale abbiamo proposto un Abecedario sul corpo è perché riteniamo che esso stia al centro delle recenti evoluzioni sociali o meglio che l’evoluzione sociale stia già fabbricando il corpo del futuro prossimo. Tale evoluzione latente, alla quale ogni giorno partecipiamo tutti, ci estrae affetti, sentimenti, vissuti quali “primi corpi” attraverso i quali permanentemente ci costruiamo i nostri corpi sociali. Tracciare delle mappe può essere allora un’occasione per consentire a ciascuno di noi di decidere meno al buio in che direzione andare.

sabato 11 dicembre 2010

ABECEDARIO SUL CORPO -lettera C-

Passiamo alla lettera C. Aspettiamo le vostre parole, evocate da CORPO, che inizino per C. Come già accennato, non sarà facile scegliere, di volta in volta, la parola da trattare nell'ABECEDARIO, vista la densità e la ricchezza delle vostre associazioni.

Continuate a seguirci in questo viaggio e... provate, per quanto possibile, a lasciar andare il pensiero, non preoccupandovi di proporrre stimoli chiaramente connessi al significato della parola...



Grazie a tutte e a tutti,
                                      Studio Psicologico Psicoterapeutico

lunedì 6 dicembre 2010

ABECEDARIO SUL CORPO -lettera B

Passiamo alla lettera B, quindi soltanto parole che inizino per B, evocate da CORPO.
Diamo corpo... alle voci!
Grazie a tutte e a tutti.
Studio Psicologico Psicoterapeutico

 PS: Le parole proposte per la lettera A le trovate tra i commenti del post precedente.

giovedì 2 dicembre 2010

ABECEDARIO SUL CORPO

Stiamo lavorando alla costruzione di un "ABECEDARIO" sul CORPO. Scegliete una parola per ciascuna lettera dell'alfabeto, pensando a TUTTO QUELLO CHE VI VIENE IN MENTE SUL "CORPO". Un verbo, un sostantivo, il nome di qualcuno o qualcosa....
Oggi partiamo con la lettera A, quindi soltanto parole che inizino per A.
Diamo corpo... alle voci.
Grazie.
Studio Psicologico Psicoterapeutico

mercoledì 17 novembre 2010

COPPIA PSICOLOGIA CON-VIVERE: CI PRESENTIAMO



 Abbiamo già avuto modo di accennare come l’obiettivo di questo blog sia quello di presentare il nostro Studio, provando a delineare le premesse teorico-metodologiche che orientano il nostro lavoro, la “visione” della psicologia clinica che sostiene ed organizza la nostra prassi.

Ci piacerebbe, in altri termini, produrre e offrire ai nostri lettori una serie di indizi, indicazioni, utili alla costruzione di una mappa capace di restituire una possibilità orientativa a quanti fossero interessati a conoscerci e/o a contattarci.

Riteniamo, infatti, che il panorama attuale della psicologia italiana ( e non solo ) sia caratterizzato da un forte livello di frammentazione, da un’eterogeneità di posizionamenti solo apparentemente “coperti” dal riferimento ad un linguaggio più o meno comune e che, dunque, possa essere rilevante ed utile sforzarsi di offrire una “visione” capace di fuoriuscire dal contesto degli addetti ai lavori, e raggiungere anche coloro che non si occupano di psicologia.

Vorremmo partire dal patchwork, il logo del nostro Studio:



Come molti sapranno, il patchwork –letteralmente lavoro con le pezze- è un manufatto che consiste nell’unione, tramite cucitura, di diverse parti di tessuto, al fine di ottenere un oggetto, per la persona o per la casa, con motivi geometrici o meno. Il patchwork, dunque, suggerisce l’immagine di un processo che va costituendosi a partire dall’unione di pezzi-parti diverse che danno vita ad un prodotto non prevedibile a priori.

Ci è parso, questo, un modo efficace e calzante per provare ad evocare l’idea del percorso psicoterapeutico, inteso quale spazio di lavoro attraverso il quale ciascuno, faticosamente, può tentare di estrarre la propria voce e produrre, condurre, la propria opera, aprendosi al riconoscimento e alla realizzazione di pensieri e possibilità impensate.

 

Ma il patchwork, oltre ad evocare la nostra visione del lavoro psicoterapeutico, ci riporta anche alle nostre storie formative e professionali, nonché all’incontro e all’intreccio tra due percorsi di vita, esitato nella costruzione di una strada comune che ha portato, passo dopo passo, alla nascita dello Studio Psicologico Psicoterapeutico. Ci sembra infatti importante sottolineare come la scelta di aprire insieme uno Studio non nasca da una mera giustapposizione di competenze ed intenti, ma da un percorso di confronto, scambio e condivisione sviluppatosi negli anni; percorso che ci ha visto divenire coppia nella vita, prima ancora che nel lavoro.

Spesso ci è stato domandato da amici, colleghi, come ci vivessimo l’essere una coppia non solo nella vita ma anche nel lavoro; un lavoro, fra l’altro, quello dello psicologo, che l’immaginario collettivo tende a popolare di considerazioni variegate, prese entro uno stato che resta ancora confuso. Se la psicologia si offre come un composto i cui ingredienti restano, per certi versi, ancora misteriosi, cosa succede quando due psicologi formano una coppia? Che miscela –che patchwork- ne salterà fuori?

Tutti noi siamo abituati a ricevere, ad entrare in contatto, con delle ricette che qualcuno prima di noi ha elaborato, rispetto alle quali si è provato nella selezione degli ingredienti, il dosaggio, l’aggiunta di un nuovo elemento. Tutti noi nel corso della giornata, condiamo continuamente i nostri momenti a lavoro, in famiglia, con gli amici, nel traffico, sulla rete, ecc.: ci cuciniamo, fuor di metafora, nella convivenza alla socialità. 
Ecco, noi due ci siamo scelti non a caso, piuttosto il caso ci ha dato l’opportunità di sceglierci e di comporci come due insiemi di ingredienti, rispetto ai quali abbiamo di volta in volta dovuto con fatica setacciare, raffinare, provare, sperimentare, costruire i nostri gusti non meno dei nostri sapori.
La formazione universitaria comune, ovvero la scelta di quel contesto professionale con il quale ci identifichiamo, ove ci sentivamo più spinti da un desiderio che potesse vedere proprio in quel luogo il trampolino dal quale spingerci per la nostra avventura, ci ha fatto incontrare, ci ha fatto amare, quello che siamo, quello che facciamo, offrendoci l’impegnativa ma appassionante possibilità di lavorare amandoci, e amarci lavorando.
Da lì in poi, la nostra avventura professionale, all’università, nella formazione, al DSM, nella Scuola, in ambito psicoterapeutico -perché è quella che qui vogliamo offrire in figura- è stata attraversata dall’impegno costante a mettere i nostri interlocutori nella condizione di rendere i problemi che ci portavano delle chances da utilizzare per sperimentare nuove occasioni di convivenza.

Convivere significa per noi scegliere e governare le linee  di insiemi di ingredienti da utilizzare per preparare forme di socialità entro un determinato contesto. La convivenza, allora, più che porsi quale punto di partenza da poter dare per scontato, si configura nei termini di un obiettivo da costruire  attraverso lo sviluppo di una competenza.
I problemi che in qualità di psicologi e psicoterapeuti affrontiamo nel lavoro, li facciamo rientrare, quindi, in questa visione politico-professionale, poiché, per quanto ci riguarda, non possiamo e quindi non vogliamo, prescindere e nasconderci da una visione che inevitabilmente, anche quando più camuffata, offriamo sempre all’esterno. Visione, quest’ultima, che in linea con i tempi offerti dalla nostra modernità ci preme affrontare criticamente nel lavoro clinico che svolgiamo, perché possano svilupparsi maggiori competenze a trattare i contenuti che popolano le nostre moderne convivenze.   

Trattare e situare le domande psicologiche dei nostri clienti entro l’area della convivenza significa quindi produrre una connessione tra il mondo interno dell’individuo (il suo Dentro) e il Fuori delle sue relazioni con i contesti di appartenenza, al fine di produrre un’apertura che permetta di fuoriuscire dalle secche della passività e dell’impotenza che solitamente caratterizzano ed organizzano una  rappresentazione del proprio problema-disagio concettualizzata nei termini di “problema psicologico”, dunque, deficit da correggere, malattia da curare, o parte malata-cattiva da eliminare.